IL TROFEO
Anna Francesca Basso
Erano i primi di settembre; la fiera di Castel Falerio prometteva un successo di pubblico maggiore dell'anno precedente grazie alla rappresentazione serale che sarebbe stata allietata dalla banda della cantina sociale e dai fuochi d'artificio. Le dame si erano già agghindate, i loro vestiti splendevano per la magnificenza degli ornamenti e la preziosità delle stoffe; se ne stavano accaldate sul palco a spettegolare, mentre i cavalieri, scelti a rappresentare le ville, ultimavano i preparativi aiutati da numerosi valletti.
La Giostra equestre della Botte stava per iniziare, i cavalli scalpitarono agli squilli delle trombe, la folla fece silenzio. La scena era notevole: le mura erano rivestite da drappi rossi e verdi con lo stemma delle aziende vinicole e cesti di fiori e di uva abbellivano il selciato.
Un applauso spontaneo accolse il corteo degli sbandieratori che si disposero in cerchio…
A malincuore Chiara lasciò la piazza, tutto doveva essere pronto per la fine dello spettacolo; l'ultimo sole la riscaldava piacevolmente mentre percorreva lo stretto viottolo che portava al castello; un profumo di uva e di menta l'accompagnava tra le vecchie case rallegrate qua e là dai vasi dei gerani rossi.
Era felice: la sua azienda agricola, famosa per il Rosso Piceno Superiore e per il Falerio dei Colli Ascolani, si era aggiudicata l'esposizione annuale a villa Oriani, costruita sui resti dell'antico castello, che dominava la vallata del Tronto.
Suo padre, il vecchio mezzadro, sarebbe stato orgoglioso di lei; testardamente, contro il parere di tutti, Chiara aveva riscattata la vigna vendendo il boschetto e gli orti; aveva rifatto filari e sentieri e poi vi aveva piantato diverse qualità di uve, come Passerina, Pecorino e Trebbiano per il bianco e Montepulciano, Sangiovese e Cabernet per il rosso. Era stata una lotta senza quartiere, contro la grandine, le gelate, le bruciate, l'umidità, i parassiti, ma soprattutto i vicini, che vi mandavano le capre a pascolare, ma dopo dieci anni il suo vino aveva ricevuto i primi riconoscimenti.
Quando stava sulla sua collina, dimenticava tutto e si sentiva in pace. Le piaceva lavorare fino a sera e vedere il sole che tramontava dietro i Monti Sibillini.
Com'era ripida la strada, forse era il caldo, forse la stanchezza… finalmente giunse in vista della villa; ora era un albergo di lusso che sponsorizzava manifestazioni ad alto livello come “Vino in tour”, concorso che premiava solo vini regionali di alta qualità. Si incamminò tra le siepi e le peschiere, a ridosso delle antiche mura, fino alla cantina. Dentro era fresco e penombra; facevano da cornice ai tavoli ricoperti da tovaglie di raso verde, il soffitto a botte di mattoni e il pavimento a spina di pesce; i suoi scatoloni erano già lì, pronti per essere vuotati. Sfilò le bottiglie dai cartoni e le allineò artisticamente, preparò i bicchieri da assaggio; da ultimo tolse dal frigorifero i rinfreschi… attaccò i poster che reclamizzavano l'azienda e dispose a ventaglio i depliant con le etichette di tutti i vini prodotti. Si allontanò per osservare la scena: nella sala erano state messe lampade a stelo sulle sporgenze di pietra; le avrebbe tirate giù per far più luce: salì su una sedia e si aggrappò ad una rientranza; sentì un rumore strano, si voltò e vide aprirsi una nicchia; allungò una mano e con delicatezza afferrò una bottiglia con il tappo di cera e un rotolo di pergamena. Appena scesa, srotolò piano il foglio e lesse: - Della nobile famiglia Oriani ecco il tesoro: rosso sangue Piceno secondo lo scritto dell'abate Barrio, mastro vinaio.-
I primi visitatori la trovarono così, persa nella lettura di quello che non era più solo una leggenda: l'abate Barrio, figlio cadetto della nobile famiglia, si era dedicato alla produzione di un vino chiamato per la sua bontà “Divino”; col tempo se ne erano perse le tracce. Chiara pensava già ad una gara: ogni azienda della zona avrebbe provato a riprodurlo; alla migliore sarebbe andato il trofeo.
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