IL CASELLO
Paola Zapparoli
Avevo parcheggiato la macchina giù in paese; una manciata di case, la vecchia pieve, un minuscolo alimentari. Volevo assaporare a piedi il sentiero costeggiato da viti che portava al casello.
L' uva era quasi pronta per la vendemmia, pensai assaggiando due grossi acini. L'aria era satura di quegli odori che mi parlavano di giorni felici.
Arrivai in cima con un po' di fiatone. Il casello era piuttosto malandato, la porta d'ingresso murata e il lato nord ricoperto di edera. Nonostante questo, mi sembrava tutto cosi come me lo ricordavo. Le rotaie della ferrovia, un linea ormai in disuso, luccicavano sotto il sole poco lontano dalla recinzione.
In quel casello, che la ferrovia aveva venduto al mio bisnonno e che mio nonno aveva poi ereditato, avevo trascorso le estati più intense della mia vita. Corpose, dal gusto deciso e dal colore denso, come il vino e come la gente di quelle parti.
I nonni vi si trasferivano non appena la temperatura in città iniziava ad impennarsi, per tornare solo ad autunno inoltrato, dopo aver aiutato i paesani nella vendemmia.
Ad ogni occasione la famiglia si riuniva lì, riuscendo miracolosamente a gestirsi i piccoli spazi.
Ma a me piacevano i momenti in cui tutti erano fuori, a passeggiare o fare il bagno al fiume. Allora potevo rimanere sola con nonna, che stava spesso a casa indaffarata in mille faccende.
Quando eravamo sole, andava a prendere la sua bottiglia di vino personale, quella che teneva per i momenti più belli, e me ne versava un dito nello spesso bicchiere di vetro, “Non dirlo ai tuoi genitori” mi ripeteva sempre, anche quando ormai avevo raggiunto un'età decisamente adulta.
Lei me l'aveva fatto assaggiare la prima volta, invitandomi ad intingervi uno dei suoi deliziosi biscotti. Era il nostro piccolo segreto.
Davanti a quell' “ombra” mi sembrava di poterle parlare di tutto. Lei lo assaporava ogni volta come fosse merce rara, e metteva gioia, vedere il gusto che ci provava. Quel bicchiere di vino ogni tanto era uno dei rarissimi vezzi che si concedeva, ed io ero contenta di partecipare a quel rito.
Essendo la sua unica nipote femmina, poi, aveva sempre paura che fossi discriminata nell'educazione e nelle abitudini. Sosteneva che se certi uomini si stranivano nel vedere una donna intendersi di vino, era solo perché probabilmente loro non erano in grado di bere con l'intelligenza con cui sapeva farlo quella donna.
Mi mancava terribilmente, mia nonna, mi mancava quella sua apertura mentale nonostante l'amore per le tradizioni, e la sicurezza con cui mi dava consigli difficilmente sbagliati.
L'avevo sempre ammirata, per la dedizione e la dignità con cui svolgeva tutti i suoi compiti, senza sembrare mai affaticata. Avevo sempre pensato, fin da piccola, che sarei voluta diventare come lei.
Da un anno fremevo per tornare al casello; dal giorno in cui era nata la mia bambina.
In quel momento avevo sentito più forte che mai la mancanza di nonna. Quando finalmente avevo trovato il tempo e l'occasione per tornare lì, in quella terra del vino e dei buoni sapori, avevo pensato che la piccola sembrava già somigliarle molto. Maria, l'avevo chiamata come lei, forse percependo proprio questa affinità, già dal piglio con cui aveva subito guardato il mondo.
Memore degli insegnamenti di nonna, avrei accompagnato la piccola nel mondo odoroso della terra, del duro lavoro, del miracolo dei grappoli che maturano al sole e della sorpresa nell'assaggiare il prodotto finale. Davanti a un buon bicchiere di vino avrei cercato di essere altrettanto disponìbile ad ascoltare senza giudicare, e chissà, magari un giorno avrei regalato questo rito anche a mia nipote.
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