A TUTTI QUANTI.
Mariano Monacella
Non era un gran venerdì sera, uno di quelli che la mattina dopo ti svegli e pensi "oh mio dio oh mio dio". No. O almeno, non lo era finchè non arrivò lui. Andrea.
Io, Gabriele e Marta ce ne stavamo seduti al solito tavolo, guardandoci negli occhi, cercando di dimenticare la giornata, troppo pesante per tutti e tre. Lui, Andrea, entrò nel locale aprendo la porta con decisione, abbastanza per attirare l'attenzione di tutte le povere anime che fluttuavano sugli sgabelli. Barcollava. Sguardo assente. Ubriaco. Pensammo tutti quanti la stessa cosa appena lo vedemmo. Faceva una gran pena. La sua storia d'amore era finita in tragedia qualche giorno prima. L'amata Jasmine gli aveva dato il ben servito per inseguire l'improbabile sogno di diventare una ballerina. Il martedì era partita per Berlino, dove avrebbe seguito non so quale corso con non so quale maestro professionista di fama internazionale. Beh, fatto sta che il povero ragazzo, sempre vestito di tutto punto, sempre fine e composto, disponibile e solare, quella sera era irriconoscibile: camicia sbottonata, volgare nell'atteggiamento, in crisi come il 1929. Era il suo Venerdì nero.
Nessuno disse nulla. Calò un silenzio intenso e profondo. Non eravamo amici, piuttosto conoscenti. Ma c'era una reciproca simpatia, abbastanza forte da farmi alzare e andare verso di lui. Gli misi una mano sulla spalla e lo guardai negli occhi con il mio miglior sguardo "tranquilloseitraamiciandràtuttobene". Stavo per dire qualcosa ma mi interruppe il suo sorriso. Alzò lo sguardo e disse "Il prossimo lo offro io. A tutti quanti".
Il bar esplose. Si alzarono tutti, musica compresa. Giacomo, il barista, tirò fuori dal frigo una magnum di prosecco e Andrea passava tra i tavoli a versarlo a chiunque avesse un bicchiere. Tre minuti ed era finita. Ne ordinò altre sei. Ma stappata la quarta entrarono una decina di persone gridando tutte in coro "Auguri Andreaaaaa". Qualcuno aveva avvertito. Maledetti sciacalli, pensai. Tra abbracci e saluti fece segno a Giacomo di stappare altre tre bottiglie. Non so su quali calcoli si basasse. Dovetti farmi strada tra la folla per parlarci. Lo raggiunsi e uscimmo a fumare una sigaretta.
"Come stai, tigre?".
"Mi godo la vita, tesoro mio".
"Sei distrutto. Non dovresti lasciarti andare così".
"Lo sai pperchè lo faaccioooo?".
"Perchè ti manca la tua donna. Ecco perchè".
"Sbagliatoooo. Tte llo diiico iooo. Perchè. Perchè mi ppiacee il viino".
Finita quella frase gettò la sigaretta in aria e prima che fosse caduta era già tornato dentro. Quando entrai anche io lo vidi sopra la folla che si faceva portare avanti e indietro come una rock star. Ed era contento. Gabriele e Marta stavano ballando come mai avevo immaginato potessero fare. Giacomo, dietro al banco, si era acceso una sigaretta e fumava con un bel sorrisone stampato in viso. Tutte le anime, che fino a poco prima fluttuavano tristi sui propri sgabelli, avevano cominciato a volare leggere sopra quel delirio dionisiaco benedetto dall'Amore sconfitto. Per un attimo tutto era al proprio posto: i sorrisi sui volti, la serenità nei cuori, il vino nei calici, la musica nell'aria.
Mi convinsi che era inutile cercare di confortare Andrea, anche perchè sembrava la persona più felice del pianeta. Mi chiedevo solamente come diavolo facesse a bere così tanto che non c'era nemmeno abituato. Aveva fatto la scelta migliore. Una bella sbornia. Di vino. Di vita. Di gente.
A quel punto non mi era rimasto che seguire l'esempio di tutti e attaccarmi alla bottiglia. Tanto paga lui, pensai. Poi i ricordi si confondono e non so più dire cosa accadde precisamente. Ricordo però che, a un certo punto, il prosecco finì e qualcuno andò a prenderne non so quanto in un bar vicino. Poi stop. Vuoto totale. Mi svegliai nel mio letto la mattina successiva pensando "oh mio dio oh mio dio".
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