IN VINO
Alessio Manzotti
Vivevo lì già da due mesi e ancora non avevo conosciuto nessuno. Strano. Ma le terre nuove, quando le approcci, sanno esserti nemiche e sanno guardarti di sbieco quasi come se volessero dirti: “vattene, non ti vogliamo qui.”
Poco m'importava: comprai una bicicletta da un rigattiere.
Un giorno di fine estate presi la bicicletta vecchia e rugginosa e mi spostai fuori dalla città e in mezzo alle campagne, correvo accanto ai campi di grano, alle distese di pesche, alle vigne.
Poi, d'un tratto lo vidi. E l'effetto fu lo stesso che si ha quando riconosci qualcosa che non hai mai visto ma sai essere tua: indescrivibile. Svoltai la bici e tornai indietro per guardarlo di nuovo e, dopo averlo passato, rifeci la stessa manovra tre volte per essere sicuro. E quando fui sicuro mi fermai e dissi:
“Io ti conosco.”
Non era vero ma era come se lo conoscessi. Era un vecchietto magro e alto, capelli bianchi e lunghi raccolti in una coda, barba dello stesso bianco latteo e ben curata, ordinata, simpatica. Abbronzato, stava chino su una vigna e con mani esperte accarezzava i pampini, i grappoli, i viticci; poco lontano da lui uno zaino e una piccola chitarra.
“Io ti conosco?” gli ripetei, questa volta domandando la sua attenzione. Quello s'alzò.
“Mi conosci?”
“Ma sì, tu sei Jones!”
“Jones?”
“Quello della poesia?”
“Chi?”
“Quello della canzone!”
“Cosa?”
Mi fermai davanti a Jones e lo rubai dal suo lavoro, gettai la bici dietro alle mie spalle e mi dedicai a lui che, benevolo, mi sorrideva e non capiva.
“Quello che chiedeva al mercante di liquore cosa si comprasse di meglio.”
“Capisco,” disse, e poi sorrise: “Io faccio il vino.”
Mi diede le spalle e con un tronchese staccò un piccolo grappolo dal tralcio, mise in bocca due acini e poi mi lanciò il resto. L'uva era perfetta, nera, zuccherina.
Jones, per quanto volessi distrarlo, restava chino sui suoi grappoli e, muto, m'ascoltava raccontargli la sua storia, i suoi novant'anni, i suoi inesistenti rimpianti.
Poi, d'un tratto, alzò la testa e mi chiese di seguirlo.
Tirai su la bici e portandola a mano lo seguii lungo i filari della vigna, mi godevo il sole, mi godevo il profumo dell'erba e, di tanto in tanto, spizzicavo un acino di quelli che m'aveva regalato. E ogni acino era più perfetto, più nero, più zuccherino.
“Ti piace?” mi chiese d'un tratto e io non seppi rispondergli. Sinceramente non volli nemmeno chiedermi di cosa stesse effettivamente parlando. Poteva riferirsi a tutto e lo sapevo, poteva riferirsi a tutto e lo sapeva: al sole in cui m'ero perso, al profumo che m'intasava, all'uva che mi dissetava, al vino che produceva e che di lì a cinque minuti mi avrebbe fatto assaggiare nella sua piccola casupola di pietra immersa nella campagna.
Jones mi offrì un posto e si mise a sedere. Sorrideva. Poi s'alzò e scomparve nella stanza accanto per riuscirne poi con una bottiglia. Sorrideva. Prese un cavaturaccioli e me lo mise in mano sorridendo e, sorridente, mi disse d'aprire e di dire quel che pensavo.
“Non ci capisco niente di vino.”
“Nemmeno io.” sorrise lui.
Aprii la bottiglia, versai e feci per bere.
Lui intanto suonava.
“Sa di frutta.”
“Eh?”
“Il retrogusto.”
“Cosa?” non capiva.
Jones rise, mi disse che non capivo niente e mi riempì ancora il bicchiere. E più lo svuotavo e più lo riempiva, e più ne svuotavo e più mi riempivo.
“È buono.”
“Lo è.”
E nell'ebbrezza sopraggiunta ebbi il coraggio di chiedergli ciò che mi rimbalzava nella testa.
“E tu cosa ti compri di migliore?”
Sorrise e non parlò più, mi regalò una bottiglia e fui congedato.
In vino veritas.
Tornai tre giorni dopo e non lo trovai. Chiesi di lui e tutti scossero la testa: mi indicarono il fondo della vigna. Di Jones era rimasto un tumulo, sopra quello giaceva la chitarrina.
E mentre guardavo la bottiglia che svuotai sulla sua tomba capii perché sorrideva sempre e perché non avesse rimpianti.
Altro che ubriachezza, altro che verità.
In vino vita.
E come la vita il vino ha lo stesso difetto: non è mai abbastanza.
Vai all'archivio
Sottoscrivi l'RSS del racconto del giorno