LA MEDICINA DI DIO.
Marinella Colasanto
Presi il primo treno non appena ricevetti la telefonata di mia madre. A Marco, che era ancora al lavoro, mandai un messaggio al suo cellulare, che scrissi e riscrissi più volte mentre le lacrime mi rigavano le guance. La sera prima avevamo avuto un'altra discussione. Io non ero più sicura del nostro rapporto e mi rimproverava che mi stavo allontanando da lui.
“Mio nonno è morto, sto tornando a casa. Non chiamarmi, lo faccio io appena posso.” Inviai e spensi il cellulare.
- Si è sentito male mentre scaricava una cassetta d'uva dal camion, si è accasciato ed ha perso i sensi … - mi disse mia madre tra i singhiozzi - È successo in fretta, non abbiamo potuto fare nulla.
Quando lo vidi steso nel suo letto, il volto pallido ma sereno, mi sentii girare la testa. Il dolore mi investì violentemente come un'onda, facendomi naufragare in un mare di ricordi.
Mio nonno che tornava dalla campagna con quelle grosse scarpe sporche di fango, il viso bruciato dal sole e le mani annerite di terra.
Mio nonno con la sua risata sonora quando scherzava con i suoi amici.
Mio nonno che mi tirava un pizzicotto alla guancia e mi chiama “la bambolina mia”, e poi mi stringeva forte a sé.
Mio nonno che dava un timido bacio alla nonna e la guardava come la cosa più bella del mondo.
Mio nonno che nelle notti d'estate amava sorseggiare il suo vino sotto il cielo stellato, mentre il resto della famiglia chiacchierava seduta intorno a lui.
Uscii a prendere un po' d'aria. Decine di cassette in legno colme dell'uva raccolta nell'ultima vendemmia, erano accatastate confusamente nel cortile, così come erano state abbandonate quando si era sentito male.
Proprio il quel cortile, ogni anno a settembre, si svolgeva quello che per me sembrava da bambina un antico rituale magico. Per pochi giorni tutta la famiglia si riuniva per prendere parte a quel rito dove ognuno aveva un compito da svolgere, anche noi bambini.
Ci si svegliava tutti presto la mattina, quando ancora una nebbiolina azzurra e leggera avvolgeva il vecchio casolare dei nonni e si lavorava sodo fino a sera, quando il tramonto spegneva i colori della campagna. Nonostante la fatica, però, c'era sempre un'aria di festa.
Io attendevo con ansia la premitura per assaggiare il mosto dolce e denso, e non capivo perché gli adulti preferissero il vino. La prima volta che me ne fecero assaggiare un po', avevo solo sette anni, pensai che avesse un sapore troppo forte, un po' acidulo, che bruciava in petto.
Per me era comunque una grande meraviglia scoprire come al termine di tutto quel lavoro, quei polposi grappoli d'uva violacea si erano trasformati in quella bevanda profumata dal colore rosso intenso come sangue, che il nonno chiamava “la medicina di Dio”.
- Vuoi dire che il vino guarisce dalle malattie? - chiedevo allora ingenuamente.
Lui sorrideva e mi accarezzava i capelli.
- No, tesoro. Non è così miracoloso! Può attenuare il dolore di certe ferite che porti dentro, ma come tutte le medicine dipende dalla quantità che assumi. Se ne prendi troppo finisci sempre con lo stare peggio!
È stato lui ad insegnarmi come degustare il vino, ad ammirarne le sfumature di colore, a distinguerne i profumi, ad assaporarlo insieme al cibo, a condividerlo con le persone. Mi ripeteva sempre che bisognava rispettarlo, quasi fosse un essere vivente.
“È come le persone” mi disse una sera, la mia mano di bambina stretta in quella sua, forte e nodosa, mentre scendevamo nella sua cantina. “Quello buono migliora con il tempo, e quello cattivo diventa pessimo aceto.” Da una nicchia, prese una bottiglia impolverata e me la mostrò.
“Questa è per te!” mi disse con un sorriso inginocchiandosi per essere alla mia altezza. “È dell'anno in cui sei nata tu. Un giorno la berrai alla mia salute con qualcuno che ami.”
A casa stappai quella bottiglia.
- È ottimo! Dopo tutti questi anni, è davvero un miracolo che non sia aceto! - disse Marco entusiasta.
Io sorrisi e pensai che in fondo il nonno aveva ragione. Era la medicina di Dio.
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