LA DONNA DAI CAPELLI ROSSI
ANTONIETTA TURRIN
Dall'angolo del soffitto un velo di muffa traspariva a piccole chiazze, quasi a creare un ricamo, in quella parete ingiallita. I muri erano mal vestiti da qualche quadro. Le avevo già viste quelle immagini nelle scatole di latta che la nonna conservava in cantina e non mi piacevano.
Mi ero seduta lì, sui gradini della vecchia osteria, sulle ginocchia avevo la bambola che mamma mi aveva regalato per il compleanno e con gli occhi distratti guardavo la finestrella, posta in alto, senza tendine, né vetri; solo una grata con due sbarre di ferro; sul davanzale, un vaso di gerani si lasciava cullare dalla tramontana. Nel tavolo all'angolo tre anziani signori discutevano di alcune decisioni prese dal Sindaco.
Lei arrivò con il solito passo calmo, il portamento austero e il suo sorriso tradivano gli occhi malinconici che amava nascondere dietro evidenti occhiali neri, la scia del suo profumo ne tracciava il passaggio. Mi incuriosiva quella bella signora che ogni mercoledì sera, puntualmente, arrivava e come un rito ripeteva semplici atti. Entrò, spostando le vecchie tendine di plastica, si sedette al solito posto; con un garbato gesto sistemò il centrino di grossa canapa, che stava sul tavolo e ordinò.
La sua mente tornò là, nel suo vigneto di famiglia dove lui la portò per la prima volta, chiedendole di spogliarsi del suo pudore maturo. Il sole accarezzava i grappoli e i loro corpi, sentiva crescerle dentro quella spinta vitale che trasforma ogni cosa, era creatura insignificante di un tutto e nello stesso tempo essere unico, speciale e prezioso per lui. Abbassò il capo; ricordò che quella lontana notte aveva piovuto ma ciò non aveva inibito loro il piacere di camminare sulla terra a piedi nudi, mano nella mano, lasciando che il fango riproducesse le loro orme. Alla memoria ritornò anche il profumo del fieno che i coloni avevano sparso sotto la vigna e che lui, le aveva tolto dai capelli dopo aver fatto l'amore.
Lui non tardò ad arrivare, come sempre servito; non una parola.
Io osservavo la scena e mi accorsi che subito, tutti i sensi della donna dai capelli rossi, furono coinvolti.
Lei lo accarezzò e abbozzò un sorriso, tolse gli occhiali neri e con un lungo sguardo scrutò la sua anima. Notò che tutti la stavano guardando: “Vi voglio parlare di lui” disse, rompendo il silenzio: “ha lo stesso colore dei suoi capelli, a volte dorato, altre ramato a seconda del tempo” tacque. Fece un lungo respiro e riprese: “Non posso dimenticarlo” chiuse gli occhi per qualche secondo “alla mente mi tornano i profumi della sua pelle, le piacevoli fragranze fiorite: i piccoli roseti di primavera, i fiori di pesco, il gelsomino che il nonno aveva piantato nell'azienda, profumi misti alla fragranza, così familiare, del pane appena sfornato e a leggeri sentori di vaniglia”. Ascoltavo, quel memoriale. “Il suo primo bacio, un sorso lungo, penetrante, che mi lasciò in bocca un piacere morbido, quasi una elevazione dal fiore al frutto, ma che sprigionava anche note acidule e a volte quasi amarognole, alla fine”. Lei continuava a parlare ed io non capivo. “Lo sento ancora dentro di me, e ne provo il piacere, morbido, delicato ma nello stesso tempo determinato, mi appagava, non posso non parlarvene; quel breve incontro, in Valdadige, mi lasciò un segno indelebile; un amore intenso, passionale, irrinunciabile. Mi aveva detto:<<aiutami e trasformami con il tuo amore, posso darti di più…ma io non mi sentivo pronta e lo lasciai>> Ora di lui mi rimane solo questo calice di vino, che dentro si porta il rispetto per le radici, la storia, la tradizione, il sudore e la fatica ma anche l'ardire della passione e la pazienza dell'amore, che qualunque sia, non va mai perduto”.
Sorseggiò ancora un po' di pinot, e con un gesto della mano mi invitò a raggiungerla, dalla borsa prese una caramella alla frutta e me la porse. Mi baciò la fronte, e poi la signora dai capelli rossi si allontanò, con il suo portamento austero e gli occhiali neri e non la vidi mai più.
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