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Concorso Letterario Santa Margherita
VINO ROSSO FA BUON SANGUE
maira marzioni

“Vino rosso fa buon sangue!”, ripeteva mia nonna ad ogni pasto per scacciarmi via il pallore dal viso.
Nonna Giselda era la vera matrona della casa, quella del ragù che bolliva nel fuoco dalle otto di mattina e il cui odore pregnante si confondeva con il caffèlatte del risveglio.
Ma soprattutto era la regina delle mie merende. Mi conquistava facendomi trovare, nel bel mezzo dei mie giochi immaginari, piccoli pezzetti di pane amabilmente fasciati da una fetta di prosciutto o del pane secco ammorbidito dall'acqua e cosparso di olio e sale.
Acconsentivo docile alle sue leccornie, ma in quanto al vino il mio diniego era ferreo.
Non accettavo quel miscuglio roseo che acqua e vino creavano insieme; l'unico fascino che riscuoteva in me era il gioco del “vino sospeso”. Ero affascinata da come, intralciando il cammino del vino con la punta di un coltello, rimanesse magicamente sospeso in superficie, concedendo all'acqua soltanto impercettibili fili rossastri.
Ecco, quello era l'unico interesse che riservavo alla presenza immancabile del vino nella nostra tavola.
A casa mia non esisteva il vino rosso consumato “in purezza”, era sempre rigorosamente mescolato all'acqua.
Sospetto ora che quest'attitudine familiare fosse una sorta di proibizione cattolica a rifiutare l'uso del vino consumato, da solo, nella tavola quotidiana.
Il calice di vino era riservato al prete, appannaggio esclusivo della mensa rituale della domenica.
L'abile strategia cattolica di costruire sopra il mito antico un'impalcatura altra, scalzandone il senso “pagano”, si perpetrava ad ogni messa sfruttando Dioniso, dio del vino, che veniva accomodato nell'altare e spogliato del piacere che portava con sé. Cristo scalciava con la sua sofferenza la materialità orgiastica di Dioniso e il vino, ammaestrato, ne diventava il sangue. Una mossa efficace atta ad ammaestrare gli animi, renderli docili all'obbedienza e poco inclini all'abbandono. Evidentemente anche su di me quegli intenti avevano effetto, rendendomi una seguace assoluta della purezza dell'acqua.
Per mia fortuna Dioniso è apparso più in là negli anni in varie occasioni portando ogni volta, nel suo stile, fermento e sconvolgimento.
La prima apparizione avvenne quando liberai il vino dall'angusto limite dello spazio domestico e del tempo dei pasti. Scoprii, seduta al tavolo di una vecchia osteria, che mi ammaliava l'oscurità del vino, mentre troneggiava in solitudine nel mio calice. Sperimentai lì per la prima volta il “buon sangue”. Lo sentivo scorrermi dentro, caldo, vischioso che impastava la bocca per poi compiere un incredibile movimento sincronico uguale e contrario: su fino al naso, agli occhi alla testa e giù, fino a quelle che da quel momento iniziai a chiamare viscere. Mi sono chiesta più volte come lei avrebbe reagito vedendomi rossa di vino in volto.
La risposta, sono sicura, mi arrivò anni dopo in una fresca sera di fine settembre.
Fu in occasione di una festa di piazza in cui il suono del tamburello e dell'organetto preparavano i corpi al saltarello: l'usanza contadina marchigiana di saltare le cose belle e brutte della vita, appartenuta a tutte le feste contadine, in particolare a quella di fine mietitura. Quella sera avevo con me una bottiglia intera di vino rosso di campagna, estorto clandestinamente dalla cantina di mio padre.
Lì, sciogliendo il calore del vino nell'andare dei piedi e dello sguardo, nella postura delle mani, appoggiate ad anfora nei fianchi, nelle giravolte attorno ai suonatori, sentivo di entrare nella memoria di mia nonna. Lì nonna Giselda danzava dionisiaca, mentre io arrossivo e il sangue buono mi rimetteva in circolo la vita.

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