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Concorso Letterario Santa Margherita
UNA SERA DI PIOGGIA, UN UOMO
Serena Fogli

Quella sera decisi di uscire. Erano passate quasi due settimane dal trasloco e ancora non avevo messo il naso fuori dalla porta di casa. Forse perché fuori di casa si apriva un mondo che mi era sconosciuto.
Ma quella sera ero stanco di disfare valige, aprire scatole e riporre il loro contenuto su mensole e armadi. Così, afferrato un leggero impermeabile, guadagnai l'uscita. Fuori stava scendendo una pioggia finissima, di quelle che ti bagnano senza che tu te ne accorga. L'acqua aveva già aderito all'asfalto che di rimando luccicava alla luce arancione dei lampioni. Camminavo già da qualche minuto quando scorsi, in un antro un po' nascosto, un'insegna colorata che riportava la scritta "Enoteca da Gianni". Poiché cominciavo ad aver freddo ed ero stanco di camminare mi decisi ad entrare. Qui fui accolto da una grande sensazione di calore. Il vociare delle persone sedute ai tavolini non era eccessivo e mi procurava un piacevole senso di benessere alle orecchie. Di sottofondo si poteva sentire una tenue musica di cui non riuscivo a distinguere le parole e l'ambiente era arredato in modo familiare e intimo. Mi sedetti al bancone, su un alto sgabello di legno e cominciai a togliermi l'impermeabile umido di pioggia.
Il padrone del locale mi si avvicinò e, continuando ad asciugare un calice con un panno bianco mi disse "Lei è nuovo da queste parti eh?" io annuii e lui, sorridendo, continuò "e scommetto che non se ne intende neanche tanto di vini!". Io ammisi la mia ignoranza in materia ma lui mi rassicurò che non c'era nessun problema. Poi scrutò il mio viso per qualche secondo, come a trovare nei miei tratti un'indicazione per la scelta di un vino adatto alla mia persona. E finalmente prese una bottiglia, la stappò con maestria e, afferrato un calice, ne versò una discreta quantità. “Ecco quello che ci vuole.” disse con espressione seria. “Un calice di Valpolicella. Secco, ma sapido. Dagli aromi fruttati ma fine ed elegante.”
Posò il calice sul bancone davanti a me e si allontanò per servire un altro cliente. Rimasi da solo, con un bicchiere di vino rosso a farmi compagnia. Alzai il calice all'altezza degli occhi e guardai attraverso la trasparenza del vetro: il locale appariva più caldo grazie all'intensità del colore del vino e, per la prima volta, quella città così grigia assunse un colore di mio gradimento.
Posai il calice sul bancone e diedi un'altra occhiata al locale. Gli avventori rimasti erano ormai pochi, doveva essersi fatto tardi. Decisi quindi, di bere il vino per poi tornare ai miei lavori in casa. Ma proprio quando stavo per fare il primo sorso, mi si avvicinò un uomo che poi si sedette sullo sgabello di fianco al mio. "Mi chiamo Guido" mi disse "e non ho potuto fare a meno di rivolgerle la parola, visto che stava per commettere un grande errore". Io sgranai gli occhi e gli chiesi una spiegazione. Non mi sembrava che ci fosse qualcosa di anomalo in quello che stavo facendo. Guido sorrise e mi mise una mano sulla spalla "stava per venir meno a uno dei principi fondamentali del vino, a mio parere". Lo incitai ad andare avanti e lui continuò "io sono convinto di una cosa. Non bisognerebbe mai bere del vino da soli... Sarebbe come dare un calcio a tutta la filosofia che c'è dietro." Guido fece una breve pausa per schiarirsi la voce e poi continuò "il vino è un prodotto della terra, frutto dell'unione del lavoro di tante persone e il prodotto finale deve essere consumato senza venir meno al questo suo concetto remoto." "ovvero?" chiesi ancora un po' confuso da quel discorso. E Guido ripose stentoreo "la condivisione".
Ci fu un attimo di silenzio e poi disse "perché deve sapere che è proprio nella condivisione che risiede la vera felicità" e alzò suo calice per un brindisi.
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