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Concorso Letterario Santa Margherita
TEMPO
Paolo Paiusco

Non aveva mai tempo. O almeno, gli pareva di non averne mai abbastanza. E mentre imprecava al passaggio a livello - le sbarre posate sulle staffe - già andava col pensiero ai quattro appuntamenti del pomeriggio, alla riunione di fine giornata, alle due giacche da ritirare prima che la tintoria chiudesse. A sua madre da chiamare per dirle che proprio non ce l'avrebbe fatta a passare per lei in farmacia. Le bambine, soprattutto le bambine: doveva riuscire a tenersi libero tutto il sabato, per loro innanzitutto, e per non avere da discutere una volta in più con la sua quasi ex moglie. Barriere automatiche: se si bloccano non c'è più il casellante che le alza ma bisogna aspettare i tecnici dalla stazione centrale: arrivano, sbloccano ma non alzano perchè nel frattempo devono passare un merci, l'intercity, due locali e magari anche l'Orient Express. Intanto la mezzoretta per il pranzo è andata a farsi benedire e sarà panino,minerale e caffè anche stavolta. No, il caffè no perchè irrita lo stomaco e lo agita. Un decaffeinato magari, magari un caffè d'orzo. Magari un cavolo, meglio niente: che tristezza, se non avesse smesso si fumerebbe due cicche una appresso all'altra. Lo spiazzo poco prima dei binari, sulla sinistra: trattoria Due Spade, menù prezzo fisso euro 9,90. Massì, perso per perso mangerà qualcosa di meno indecente del solito e non si rovinerà il fegato ad aspettare davanti al volante. Furgoni di artigiani, camion di operai, due Ape car: la sua Mercedes pare stonare, come il suo completo blu in fresco lana con cravatta in tinta; ma ai due muratori con le camicie impolverate che bevono l'aperitivo al banco, e al cinquantenne con la polo azzurra "Giorgio Fiorini impianti" chiazzata di sudore che si è appena seduto al tavolo con un (probabile) meccanico in tuta blu, e a tutto il resto di 'sta compagnia, insomma, la cosa non ha l'aria di interessare. Dalla cucina esce il Baffo: verso i sessanta, sul metro e settantacinque, la pancia che gli tira la camicia, lo sguardo da gattone soriano. Pare non badargli, eppure gli chiede - distaccato e cordiale assieme - se deve pranzare: che si accomodi, "arrivo subito". Non c'è nulla da scegliere, menù fisso: minestra di fagioli, trippa alla parmigiana, un quarto di rosso. Seduto: con altri cinque - due di sicuro imbianchini -, a scambiare pochi e semplici discorsi, ma genuini, tra sconosciuti che condividono il pasto. A mangiare senza il pensiero della gastrite; e senza parere si allenta il nodo della cravatta, magari tutto il quartino no, ma due dita vanno giù bene. Per l'una è tutto finito: si accorge attardarsi a guardare caffè presi al banco, stuzzicadenti agli angoli, sigarette accese sulla soglia. Intuisce portiere che sbattono, il traffico che riprende, le sbarre che si sono levate. Si alza leggero, che ormai sono usciti tutti, va dal Baffo a pagare: e questi lo guarda che pare divertito, mentre gli serve il caffè. Vabè, prendiamo anche il caffè, ecco i 10 euro, no si figuri, tenga pure i dieci centesimi. Il Baffo prende la monetina, si gira verso l'orologio a pendolo appeso alle sue spalle, incassato tra una grappa veneta e il Fernet, e la infila in una fessura tra le lancette. Poi da sotto al banco prende una bottiglia, versa due ombre di un bianco che appanna appena i bicchieri. Gli fa segno di brindisi. "Ma guardi devo proprio scappare, temo le sbarre si richiudano" fa imbarazzato. "Tranquillo, è un bianco leggero, e poi puoi permetterti di non avere fretta, hai comprato un poco di tempo". Lo guarda come se avesse parlato un matto, uno simpatico ma matto. Però si convince ad assaggiare il vino, e gli piace, se lo gusta piano, ma le sbarre non si stavano chiudendo? Se ne stanno in silenzio, la bocca che sa di buono. Quando fa per uscire osserva il pendolo, segna ancora l'una. Guarda stupito l'orologio al polso, il Baffo gli sorride. "Delle volte basta poco per fermare un poco il tempo. Vai piano, le sbarre aspettano che passi". Lo saluta mentre passa lo straccio al bancone.
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