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Concorso letterario Santa Margherita
VINO

Ci sono arrivato tardi, al vino. C'era un omino, al mio paese, Sereni, si chiamava, che girava sempre col fiasco in mano. Quando girava, perché spesso lo trovavi steso per terra. Gli piace troppo il vino, al Sereni, mi spiegò una volta mio nonno. Che grullo, pensai, vedendolo disteso. A quei tempi abitavamo tutti insieme, io, mio fratello, i miei nonni, i miei genitori. C'era sempre un fiasco di vino sul tavolo, a pranzo e a cena. Lo comprava mio nonno ogni anno, da un contadino che conosceva lui, e personalmente lo imbottigliava, chiudendo ogni fiasco con l'olio e col sughero. Mio padre aveva diritto ad amministrare il fiasco durante i pasti, cosa che in qualche modo sanciva il suo status. Lo versava al nonno, poi alla mamma, poi per sé, poi chiedeva alla nonna se ne volesse; lei diceva quasi sempre di no, oppure se ne faceva mettere un poco nell'acqua. Io e mio fratello avevamo diritto a "una goccia di numero" a fine pasto, e solo se la chiedevamo. Io mi guadagnai questo diritto a otto anni. Mio fratello, grazie forse al fatto che gli avevo spianato la strada con mille richieste, a sei. Quando lui ebbe la prima goccia, quindi, avevo dieci anni: da quel momento la cosa perse progressivamente interesse ai miei occhi; già un anno dopo, non chiedevo più la mia goccia di vino. Mio fratello, sempre. Qualche volta mi chiedeva pure se non lo volessi. No, mi allappa, rispondevo io. A quattordici anni, ebbi un sospetto. Lessi di quel vino nero, "soave, dolce e puro", che Màrone, sacerdote di Apollo, donò a Ulisse, e che questi offrì poi a Polifemo, come accompagnamento al suo pasto di carne umana. Qualcosa di tanto sublime da valere la vita di un gerofante e tanto forte da stendere un ciclope non poteva non nascondere qualche segreto. Per un po' la cosa mi diede da pensare, ma Odisseo veleggiava già verso suggestioni più potenti per un adolescente – Circe e le Sirene incombevano - e presto Polifemo tornò ad essere solo uno dei tanti grulli che si erano fatti fregare da Ulisse. A diciassette, diciotto anni uscivamo molto. andavamo nei pub. Stavamo in fissa per le birre. Tutti intenditori, eravamo. Rosse, bionde, lager, pilsner, ci bullavamo di conoscerle e saperle riconoscere. Il vino ci pareva una cosa da vecchi, anche se un nastro di Guccini che mi aveva passato un compagno mi aveva messo, dopo Omero, un'altra pulce nell'orecchio. Qualche anno più tardi, finimmo ad una festa in un casolare. C'erano ragazzi e, soprattutto, ragazze. L'età media era di poco più alta della nostra, ma in termini di atteggiamento c'era un inspiegabile abisso. Si capiva, si capiva bene da come le ragazze ci guadavano - o meglio, non ci guardavano - come al cospetto di quella gente di soli due o tre anni più vecchia non fossimo che una manica di bambocci. Dall'angolo in cui ci eravamo piazzati scrutavo le comitive, lasciandomi distrarre dai ricci e dalle cosce e dalle bocche belle che passavano qua e là. Che hanno di diverso, questi? Pensai che forse era il vino. Non c'era una sola birra su quel tavolo, ma bottiglie e fiaschi portati dagli invitati. Mi versai un bicchiere di rosso. Davvero, lo feci solo per emulazione: mi aspettavo giusto l'allappo, e magari un'immagine di me meno sbarbata, e invece. E invece, non dico che si dipanò un dialogo tra il mio palato, il mio cuore e la mia terra, né che ebbi all'istante una diversa comprensione di mio nonno, mio padre o mio fratello, o tantomeno che fui pervaso di calore e gioia e vita. Ma certo, da quella sera, il Sereni e Polifemo mi parvero un po' meno grulli di quanto li avevo stimati.

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