Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
LE NOTTI FOLLI DEL VINO NERO

Giorgio ed io siamo diventati amici negli anni del liceo e adesso che abbiamo superato i quaranta la nostra amicizia è più salda di prima. Andiamo d'accordo quasi su tutto, le nostre mogli dicono che più che amici sembriamo fidanzati. Eppure siamo capaci di discussioni accese e furibonde litigate. Per esempio su questioni semantiche. Oppure sui vini. Peggio ancora sulle due cose messe insieme. La nostra litigata più celebre? Quella su vino bianco e vino nero. È successo anni fa in una trattorietta, di fronte a un vino molto scuro. Finita la cena, sorseggiando l’ultimo bicchiere, io sostenevo che mentre l'aggettivo “bianco” potesse correttamente essere usato per i vini chiari – poiché certi sono così pallidi da sembrare incolori – l'aggettivo “nero” fosse invece inappropriato. Che fosse una distorta astrazione. Non esistono i vini neri, dicevo a Giorgio: anche questo, vedi – e mettevo il mio bicchiere controluce – benché spesso, benché scurissimo, è rosso di colore. E bisogna chiamarli rossi, allora. Giorgio rideva e diceva: no, nero invece è giusto, e si usa per affinità, per somiglianza. Diceva: ora stiamo bevendo solo un rosso molto scuro, è vero. Ma esistono vini proprio neri. Quella sera io gli avevo riso in faccia e lui, che si riteneva un filologo della scienza del vino, si era offeso mortalmente. La discussione era andata avanti per ore, con Giorgio che sosteneva questo: nel mondo si erano prodotti, e ancora si trovavano, vini non semplicemente rossi, ma autenticamente neri. Che sciocchezza, vero? Beh, si è trascinata per anni. Torna fuori regolarmente, una volta ogni paio di mesi: io che lo sfotto col sorrisino storto, lui che s’inalbera e cita romanzi, manuali antichi, poeti latini. Una discussione diventata classica, tra noi, specie di sera. Le notti folli del vino nero, le chiamano le nostre mogli. È per questo che stanotte sono qui da Giorgio e, lo ammetto, con una certa emozione. Il mio caro amico è appena tornato da un giro sul Caucaso: Georgia, Ossezia, quei posti sperduti e avventurosi. Lì, sostiene, per caso ne ha trovato. Ma sì, del vino proprio nero: come il carbone, la pece, le penne del corvo. Mi ha telefonato nel pomeriggio, non stava nella pelle. Vieni, ha detto, ce l’ho, è come la pece. Io l’ho sfottuto: sì, sarà la vicinanza col Mar Nero. E lui: vieni stasera e vedrai.
Così ora siamo giù nella sua cantina. Qui ha un paio di seggioline, poi solo scaffali pieni di bottiglie, scatoloni, e un vecchio baule che ci fa da tavolo. Guarda, mi dice, e mi mostra questa vecchia bottiglia di vetro scurissimo, senza etichetta. È la vendemmia di tre anni fa, un vitigno autoctono. Non ne sò pronunciare il nome, ma significa questo: nero come la notte. Io rido. Lui sospira e stappa. Poi d'improvviso fa questo: spegne la luce. E cerca i bicchieri a tentoni e versa il vino. Lo posso sentire, dentro questo buio denso e assoluto. Rido: ah, spegni? Lo prendo in giro. Bella forza il tuo vino nero. Lui mi afferra la mano, la mette intorno al bicchiere. Assaggia, dice. Ma per piacere Giorgio! rido ancora. Assaggia e basta, insiste. E quando prendo il primo sorso sento sul palato le nuvole prima del tuono, la profondità di una fossa oceanica, l'opaco specchio della grafite. Allora, è nero oppure no? Questo mi chiede Giorgio, qui con me nel buio. Io scuoto la testa, anche se lo so che non può vedermi. Te lo posso giurare, mi dice, fidati: non è rosso scuro, non è violetto, è nero. E prendo un altro sorso, e sento la densità del petrolio, l'epilogo di un racconto di Poe, la formula di un incantesimo malvagio. E pare incredibile anche a me ma adesso annuisco nel buio. Giorgio ripete: fidati di me. È nero. E mi pare più incredibile di prima ma eppur gli dico: va bene, ti credo. Perché è così la nostra amicizia: emozioni vissute insieme, e un'inossidabile fiducia. Come qualsiasi amicizia vera, no? Scolo l'ultimo sorso, dico: ho finito. Dico: è proprio nero. E Giorgio può riaccendere la luce.



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