“Sa, là di fronte ci abita un poeta... uno di quelli veri: gli hanno pubblicato diversi libri.” A queste parole il mio sguardo cadeva sulla loggia della casa di fronte, dove su un tavolo stavano una bottiglia vuota di vino e due bicchieri.
“Mi dispiace, non mi interessa la poesia.” Mentivo, ma non avevo intenzione di farmi vedere troppo entusiasta della casa che stavo comprando.
Da anni non mi addentravo così tanto in valle da incontrare questo paesino, indicato da un cartello arrugginito, fatto di case di pietra belle da toccare.
Ormai l'estate è scoppiata: da un paio di settimane mi sono ritirato in questo angolo ai margini del tempo. La vita scorre piano, leggo un libro, scrivo qualcosa, resto in terrazza ad aspettare che il fresco diventi un invito a una notte di riposo lontano dal lavoro, dalla città.
Il poeta ha ospiti, quasi tutte le sere. Non è un eremita triste come lo immaginavo. Spesso, dopo cena, qualcuno si presenta alla sua porta. Di solito è gente del paese: ieri c'era il macellaio, l'altra sera la giovane figlia della panettiera. Si siedono in loggia, il poeta sparisce qualche momento e torna con due bicchieri e una bottiglia di vino bianco, la apre con meticolosa calma, versa e si siede. Alle mie orecchie arriva un vociare confuso che mi riempie di curiosità. Gli ospiti parlano, molto più di lui, a volte si sente una risata. La figlia della panettiera invece ha pianto qualche minuto, ma quando poi se n'è andata, dopo averlo baciato come si bacia un nonno, sorrideva.
Ho adorato i suoi versi, li ho letti, studiati. Ho scritto con passione la mia tesi di laurea su di lui e, quando dieci anni fa arrivai qui per incontrarlo, fui accolto con freddezza e allontanato con ostilità. Ne rimasi profondamente deluso. Lo odiai. Ci volle qualche anno perché i suoi versi si riappropriassero delle mie ore e rileggessi tutto ciò che di suo era stato pubblicato: la sua capacità di descrivere in modo semplice la complessità delle vite non riusciva a smettere di stupirmi.
Ora aveva ottantadue anni. Pensai che negli ultimi anni si fosse ammorbidito, poi l'oste, che gli portava di tanto in tanto una cassa di pinot grigio di queste colline, mi disse che quando arrivò trent'anni fa divenne subito molto amato:
“Sapeva ascoltare e dispensare consigli saggi, alcuni l'hanno conosciuto per caso, poi la voce è girata... sa, la gente si fida di lui. È stato un aiuto importante per molti.”
Domani dovrò tornare in città. Mi affaccio alla terrazza, vedo i bicchieri sul tavolino: il vecchio, stasera da solo, non appena mi scorge si alza e, con la bottiglia in mano, mi chiede se ho intenzione di lasciarlo bere da solo.
In pochi minuti sono al suo tavolo a osservarlo armeggiare con il cavatappi. Versando il vino mi chiede come fosse stata accolta la mia tesi di laurea. Resto muto dallo stupore: si ricorda di me.
“Alla fine ho dovuto invitarla io - mi dice, dandomi del lei - in genere la gente si presenta senza avvertire invece lei se n'è stato lì a guardare per tutte queste sere.”
“L'avrei fatto con piacere, ma vede, nel nostro ultimo incontro ho avuto l'impressione di non esserle molto gradito.”
Sorride, quasi beffardo. “Deve sapere che io, in realtà, sono un vecchio egoista. Tutte le persone che ha visto non sono affatto venute a mani vuote, portavano un dono: un bicchiere di parole. Un bicchiere di parole per ogni bicchiere di vino. Lei è arrivato con un'armatura di domande: quando le chiedevo di lei, glissava. Come in questo bicchiere di vino lei scopre subito il profumo evidente della frutta bianca che però non le impedisce di coglierne, sullo sfondo, un sentore quasi speziato, così le parole che mi porta la gente mi svelano dapprima le loro storie e poi i colori delle loro anime. Con il suo silenzio lei mi voleva negare la vendemmia della sua vita. La mia poesia è il frutto di queste vendemmie serali, al fresco di questa loggia davanti ad una bottiglia che si svuota tra le chiacchiere.”